mercoledì 27 maggio 2020

ATTENZIONE! NIDI DI FRATINO





Ed ecco il cartello che ho disegnato per i Fratini. In questi giorni lo stiamo posizionando su alcune spiagge abruzzesi, tra cui il Foro di Ortona e San Salvo. Un grazie per l'iniziativa alla SOA Stazione Ornitologica Abruzzese, al Comitato Dune Bene Comune e al GFV Gruppo Fratino Vasto. Se a qualcuno può essere utile mi contatti pure. W i Fratini. Ciao!

venerdì 22 maggio 2020

GIORNATA DELLA BIODIVERSITÀ 2020




Nell'Anno della Biodiversità, oggi si festeggia la Giornata Mondiale della Biodiversità, quella che stiamo perdendo drammaticamente, anno dopo anno, senza capire bene cosa sia. Un concetto ampio e variopinto, che l'uomo comune, animale alienato, plagiato dalla civiltà dei consumi, fatica a ricollegare alle più semplici manifestazioni della Natura che circondano le nostre case. Una vespa che cerca un pertugio dove poter nidificare, un crespigno che inaspettatamente spunta tra il marciapiede e il muretto. Manifestazioni di una "natura minore" che vengono liquidate spesso a colpi di insetticida o diserbante, eppure l'unico "abc" che possediamo per tentare una rieducazione alla biodiversità più ampia del nostro Pianeta. Perché non ci vuole poi tanto, si tratta semplicemente di fare l'appello, chiamare per nome ciò che neanche conosciamo, benché partecipi della nostra vita quotidiana, riconoscere le mutue esigenze e cercare di convivere. Tollerando i pochi inconvenienti, per apprezzare gli enormi vantaggi che un ecosistema integro può donarci. Fare una donazione a una qualche grande associazione ambientalista impegnata nella difesa degli armadilli giganti o delle tigri siberiane, seppur atto meritorio, non servirà a salvarci l'anima, e neppure a cambiare in meglio questo pianeta, se non ristabiliamo prima di tutto una connessione con l'ecosistema della porta accanto, o piuttosto accanto alla porta. 
In questo percorso di rieducazione, le specie animali cosiddette "sinantropiche" (non quelle domestiche che spesso ci inducono anzi a una fuorviante attenzione) ci possono esser di grande aiuto. Tra queste, in particolare quelle che abitano dentro le nostre case, pur mantenendo il loro prezioso status di animali selvatici. Ad esempio i rondoni. Quali migliori testimonial per indurci a considerare la cura della "Casa Comune", di cui parla l'Enciclica di Papa Francesco? 
Forse il periodo di "lockdown", ha avuto l'effetto di svegliarci, di farci comprendere che attorno a noi esiste una natura che è pronta a riprendere i suoi spazi, se glielo lasciamo fare, perché gli animali ne hanno bisogno, e quindi anche noi, in quanto animali, ne abbiamo bisogno. Le incursioni di caprioli, tassi, scoiattoli, montoni, nelle nostre città, o anche alligatori, canguri etc. come si vede nel fantastico video "Animals reclaiming the world" possono forse aiutarci a guardare con più attenzione quelle specie che hanno continuato, nonostante tutto, ad abitarle, dimostrandoci che, per quanto ci allontaniamo da lei, la natura viene continuamente da noi a chiamarci, e a richiamarci. In un certo senso, la biodiversità mondiale la sua festa l'ha già vissuta nei due mesi passati, e ora, terminata la quarantena, l'uomo riprende possesso dei "suoi" spazi. Ricominceremo daccapo, come ha amaramente previsto Steve Cutts nella sua animazione Man 2020, o avremo finalmente capito qualcosa?

Visto che siamo in un'annata di emergenza, nella quale i tanti incontri da dedicare alla biodiversità sono purtroppo saltati, mi piace ancora soffermarmi a ricordare e raccontare quelli belli, e significativi dell'anno scorso, quando, esattamente in questa giornata presentavo il romanzo grafico "Dove i rondoni vanno a dormire" a Napoli, una città che identifico sempre con una "biodiversità umana" ricca ed esuberante, predisposta, a mio avviso, alla convivenza con un'avifauna, altrettanto ricca di storie e particolarità. 
Per me un attingere alle origini, visto che Napoli per molto tempo, per noi vastesi, è stata l'Università per eccellenza, quella che hanno frequentato i miei genitori, e prima ancora i nonni, e via a risalire. A me è capitato invece di studiare a Firenze, una città antitetica, con un carattere da gioielleria, e questo personale vissuto senz'altro amplifica per contrasto le sensazioni che provo ogni volta che visito Napoli. Perché se nella culla del Rinascimento mi sono continuamente soffermato a guardare i dettagli degli edifici, a Napoli trovo più interessante guardare i dettagli delle persone, portatrici, più spesso che altrove, di una dirompente originalità. L'incontro si è svolto presso la prestigiosa sede della Società dei Naturalisti, all'interno dell'Università intitolata a Federico II, autore -guardacaso- del primo "manuale" di ornitologia della storia. Ho avuto l'onore di essere introdotto da Antonino Pollio, presidente della Società, dal prof. Domenico Fulgione, che si è soffermato a parlare della socialità delle taccole e come questa possa essere influenzata dagli edifici, infine da Maurizio Fraissinet, presidente dell'Asoim, Associazione Studi Ornitologici dell'Italia Meridionale.

Nell'avvicinarmi al luogo della presentazione mi chiedevo in quale maniera la generosa umanità di Napoli mi avrebbe colpito. Ed è accaduto al primo incrocio nel quale mi sono fermato e con lo sguardo ho cercato via Mezzocannone: una signora si è prontamente alzata dal tavolino di un bar, e si è avvicinata per chiedermi con gentilezza "Ha bisogno?" per darmi poi l'indicazione sulla distanza dall'Università. Sembra una sciocchezza, ma non sono cose che accadono tutti i giorni, in tutte le città; e potrei parlare anche del simpatico pizzaiolo, nel locale dove mi sono fermato a mangiare: mi ha sentito chiamare un amico, per ricordargli dell'incontro, e al momento di salutarmi ha aggiunto: "Auguri!". "Per cosa?" chiedo allora io, "Per la presentazione" risponde lui. 
Cosa c'entra questo con i rondoni? Tanto, a mio avviso. Perché se questi piccoli segnali d'attenzione, se questa sollecitudine verso l'altro, questa apertura, questa attenzione ai dettagli, alla mimica, alle necessità non dichiarate, sono riservate anche ai nostri amici alati, sicuramente le storie di convivenza tra uccelli e uomini, nella città partenopea, devono essere affascinanti e piene di risvolti arguti e divertenti. 
Perché infine solo di questo si tratta: accorgersi di chi è intorno a noi, delle sue esigenze, delle sue specificità, accoglierlo nella sua diversità, o biodiversità. Riconoscersi. Soprattutto se qualcuno arriva da fuori, da lontano. Come può arrivare da lontano un uccello migratore. Non a caso Napoli è la prima città al mondo ad avere tre Atlanti delle specie nidificanti e svernanti, grazie soprattutto a Maurizio Fraissinet, che ha promosso l'incontro. Mi ha fatto piacere avere tra il pubblico i ragazzi dell'Asnu, Associazione di Scienze Naturali dell'Università di Napoli, le nuove leve della coscienza ambientale. Con il ricordo di un'esperienza intensa, nel segno della biodiversità, in attesa di tornare a poterci incontrare, e assembrare, liberamente.



domenica 17 maggio 2020

C'ERA DUNA VOLTA


Tanto i prodotti seriali del consumo hanno invaso le nostre spiagge, che a molti risulta “naturale” scambiare per tali le uova di Neverita josephinia: nastri di cartone, oppure cialde, coppette ricamate. Invece, semplici, stupefacenti agglomerati di uova e sabbia. Ce ne sono a centinaia sulla spiaggia, a seguito delle ultime mareggiate. Una volta tanto, non i nostri rifiuti, bensì i segnali di vita di un universo sconosciuto che pulsa a pochi metri dai nostri piedi nudi. A compensare l'assenza di nidi di fratino, anche alcuni grappoletti di uova di seppia, la cosiddetta “uva di mare”. Tanta fecondità non può che stridere drasticamente con l'opera di “sterilizzazione” in atto. 
 
L'uomo ha ripreso possesso già da alcuni giorni della “sua” spiaggia, per questo lo sciabordio dell'acqua è sovrastato dal rumore di ruspe e trattori, che lavorano incessantemente. E quel meraviglioso drappello di dune embrionali, inaspettatamente creatosi nel bel mezzo della spiaggia “commerciale”, che ho raccontato in un mio precedente post, è oramai solo un ricordo del periodo “felice” della quarantena. Oggi ci sono i mezzi meccanici a dissodare, livellare, rastrellare ogni segnale di vita di quell'universo, rendendo la spiaggia soffice, come il suolo di un resort, per l'arrivo dei bagnanti. Tutte cose viste e riviste mille volte. Prima ancora che intervenissero i trattori, quelle piante le avevano però già strappate via. Come se fossero un'eresia, un abominio. Perché purtroppo è così: per tanti balneatori, per tanti amministratori, la naturalità delle spiagge è qualcosa di cui vergognarsi, un male da estirpare alla radice.




La monocoltura dell'ombrellone non ammette alcuna ottica di sinergia, come è ben detto in questo articolo intitolato “Distanziamento ambientaleai tempi del Coronavirus”. Per tanti balneatori, che pure godono di un reddito grazie alla spiaggia, quelle piante non hanno probabilmente nemmeno un nome. Sono solo erbacce. Magari si tratta di persone che hanno anche un giardino nelle loro case, o una terra, e sanno distinguere tra una cicoria e una malva. Perché quelle sì, sono senz'altro piante, forse hanno una dignità e un posto nel loro ristretto mondo, mentre sulla spiaggia no, sono uno sbaglio divino, una maledizione. Sulla spiaggia una espressione vegetale è più inaccettabile di un rifiuto di plastica. A costoro, il fatto che nel periodo di quarantena la natura abbia ripreso molti dei suoi spazi, non suggerisce che forse dovremmo riconsiderare i nostri spazi in maniera più inclusiva; che hanno ancora perso una ottima occasione per far vedere ai propri clienti come fiorisce il deserto, creando -o più semplicemente lasciando esistere- un piccolo giardino botanico dunale. Non li induce a mutare nemmeno la considerazione che quel tratto di spiaggia di fatto non gli appartenga, e non possono decretarne vita o morte, tanto più per habitat protetti da direttive europee, perché sono solo concessionari di un bene pubblico, che dunque dovrebbero saper gestire nell'interesse pubblico, pur traendone legittimamente guadagno. E l'interesse pubblico sta nell'accrescimento della biodiversità, piuttosto che delle loro sedie a sdraio. Ma d'altronde, perché dovrebbero darsi pena di capire e far capire qualcosa in più, quando quasi nessuna Amministrazione si preoccupa di educare i suoi cittadini con dei pannelli informativi?

 
Queste persone, che depauperano la spiaggia di tutti i depositi organici, di tutte le forme di vita, che pure la difendono, la accrescono, sono le stesse persone disposte a illudersi che la frutta provenga dal supermercato; e se ancora sono in grado di risalire all'arduo concetto che i frutti provengono dagli alberi, mai e poi mai arriveranno a riconoscere che è grazie agli insetti pronubi, che gratuitamente trasportano il polline, se quei frutti sono arrivati a maturazione, quindi sui loro piatti. Esattamente quegli stessi insetti che pullulavano su quelle stupide, insignificanti dune embrionali, tra fiori di silene e ginestrino. Persone che vogliono godere dei frutti della Natura, senza pensare in contraccambio, di dover contribuire alla fecondità della vita. Persone che, in altro contesto, passano a diseccare ogni forma di vita attorno ai loro olivi. Salvo poi chiedere gli aiuti dello stato e invocare lo stato di calamità quando a disseccarsi sono gli stessi olivi. Lì coltivazioni di olivi, qui di ombrelloni. Dove si spreme l'olio solare, spesso così dannoso per la vita del mare, e le barriere coralline.


Leggo la recente notizia di una invasione di cavallette in provincia di Nuoro, che sta distruggendo qualunque orto o campo coltivato trovi sul suo cammino. Coldiretti afferma nell'articolo riportato da Ansa che "L'unica speranza è nei predatori naturali, come gli uccelli che potrebbero aiutare a contenere le popolazioni di locuste”. Fa piacere che finalmente si cominci a scrivere che la lotta biologica è l'unica arma veramente efficace contro parassiti e insetti nocivi... ma gioverebbe allora anche ricordare che gli uccelli non esistono solo quando ci fanno comodo. Hanno bisogno sempre, di nutrimento. E, per tornare a quel drappello di dune embrionali in fiore, esse richiamavano appunto gli insetti, che a loro volta richiamavano dei formidabili insettivori, come i balestrucci e soprattutto le rondini, la cui popolazione è in notevole declino, proprio a causa dei pesticidi la cui funzione sarebbe quella di garantire il proprio raccolto. Salvo poi vederlo distrutto quando arrivano le cavallette, ma le rondini non ci sono più. In un cortocircuito logico. In una dimostrazione di ignoranza che si rinnova ogni anno con le fioriture primaverili, e l'inizio della stagione balneare, cui si aggiunge quest'anno il sovraccarico di idiozia generato dal Coronavirus. Con le sanificazioni annunciate degli stabilimenti balneari, che si spera non spandano candeggina anche sulla sabbia, come avvenuto in Spagna. E la moltiplicazione dei rifiuti di plastica al vento. E i guanti pronti ad agguantare ignari pesci. 
Ma se la distanza minima di 3,5 mt tra ombrellone e ombrellone ci darebbe un giusto respiro, facendo somigliare meno ad allevamenti intensivi le nostre concessioni, come non preoccuparsi della compensazione che gli operatori balneari chiedono? Perché i legislatori gliela concederanno, come si denuncia in questo articolo intitolato “Spiagge libere addio? La Regione le regala agli stabilimenti balneari”, preoccupandosi di salvaguardare il loro fatturato, ma non altrettanto il “fatturato” della Natura, dal quale pure il primo dipende. Sembra che non riusciamo a imparare nulla dalle lezioni, in questa Italia che ha festeggiato il suo Overshoot day già da tre giorni. La rarefazione dell'uomo paradossalmente produrrà ulteriore rarefazione della natura. Le grandi ammucchiate di Jovanotti, e il distanziamento balneare, due situazioni tanto diverse, produrranno lo stesso drammatico effetto, se non si prende in considerazione l'adeguato distanziamento dalla natura. E il fatto che nella task force del Governo ci sia ora anche Donatella Bianchi, con la "competenza" acquisita durante il Jova Beach Party, non ci aiuta certo a stare tranquilli. Gli operatori balneari si allargheranno, passeranno a gestire anche le spiagge libere, arriveranno con i loro trattori a conquistare alla “civiltà” nuovi tratti semiselvatici di costa. E una volta che si saranno allargati, che avranno conquistato un diritto, sarà ben difficile farli tornare nei ranghi.


Così, tra prassi ed emergenza, continuano testardamente, scioccamente, anno dopo anno, a segare il tronco sul quale pur siedono, dilapidando senza un minimo di coscienza quel piccolo capitale che la natura gli ha affidato, e quando se lo ritroveranno eroso con le prime mareggiate autunnali, con i piedi nell'acqua piangeranno disgrazia. E ancora invocheranno aiuti dallo stato. Parleranno di catastrofe, quando si tratta semplicemente di inesorabile karma del dissennato turismo balneare.



Le uova di Neverita Josephinia

lunedì 11 maggio 2020

ON THE ROND



Sabato 9 maggio si è celebrata ufficialmente la Giornata Mondiale degli Uccelli Migratori -la rete che connette il mondo, da molto prima che esistesse la Rete - che si festeggia dal 2006 nel secondo fine settimana di questo mese. L'anno scorso, in questa ricorrenza, presentavo il romanzo grafico "Dove i rondoni a dormire" presso il Museo di Storia Naturale di Trieste. Tornando di fatto sul luogo del "delitto" perché è proprio nella città istriana che Zoe, la giovane protagonista, salva un rondonotto caduto a terra. Un incontro che le apre nuovi orizzonti e nuovi cieli, da volare con ali non metaforiche, in una città di frontiera che più di ogni altra serba la vocazione al viaggio, e tra le sue strade non può non contemplare quelle celesti. Tante suggestioni, diramazioni di mondi, ricordi letterari, si affollano alla mente e al cuore, stretti tra il mare e i primi rilievi carsici: gli echi bizantini dell'arte secessionista, e Kafka, Rilke,  l'odissea di Joyce, gli echi della grande guerra, dei versi di Saba,  i Balcani e Sarajevo, persino Dante che si affaccia dal castello di Duino o insinua il suo profilo tra le gallerie della strada costiera. Tante suggestioni che ti possono illuminare sul senso ultimo di un libro, quello di spingerti a intraprendere tu stesso un viaggio, magari aiutato dal soffio impetuoso della Bora. A Trieste la parola d'ordine è sconfinare, in ogni dove, e la poesia ci riesce benissimo, la poesia e i rondoni.


Non a caso, direi allora, Trieste vanta fra le sue eccellenze Liberi di volare, associazione con un centro di recupero, unico in Italia, dedito esclusivamente ai rondoni, belestrucci e rondini. Una città dove, tra le amorevoli cure dei volontari del centro, come ho raccontato nel mio libro, i rondoni riprendono il volo poeticamente, dall'alto di una Stairway to heaven nella pista del campo di volo per ultraleggeri di Prosecco. E non potrebbe esserci luogo più azzeccato. 
A Trieste, l'anno scorso ho avuto anche la fortuna di assistere al salvataggio di un rondone "in diretta", da parte di Silvana Di Mauro, presidente dell'associazione, dopo un'intervista radiofonica nella sede della Rai friulana. La barista di uno dei locali del centro storico aveva telefonato per un SOS.: guidando, un rondone, probabilmente stremato dalle condizioni metereologiche di un maggio decisamente freddo e nuvoloso, le era entrato nell'abitacolo. E quando arrivammo sul posto era davvero lì, rannicchiato sotto l'acceleratore.


Quest'anno la pandemia ha sconvolto tutti i nostri programmi e con essi la lunga lista di incontri che la comunità rondonara stava organizzando, dalla Sicilia alla Svizzera. Così non mi resta che rievocare quelli dell'anno scorso, quando io e Mauro Ferri, eravamo all'apice della nostra vita ON THE ROND(oni), e attraverso Venezia, eravamo approdati a Trieste, da cui poi risalire l'11 maggio a Gemona e Venzone, dando una sbirciata anche ai Grifoni del Cornino, per concludere infine trionfalmente il tour il 12 maggio a Boltiere, in Provincia di Bergamo, con la Festa dei Rondoni. Accolti dal sorriso e dall'entusiasmo contagioso di Anna Luisa Faleschini e Luciano Gelfi, che portavano un “cartello stradale” cucito a mano, ad indicare i 40mt dalla Torre Rondonara, il prezioso manufatto che è diventato il cuore pulsante di questa cittadina del Bergamasco. Sulle ali dei rondoni azzurri stampati sull'asfalto, come un'ombra gentile di quelli in volo, siamo andati poi a visitare la prima piazza italiana dedicata ai rondoni apprendendo via via tutti i coloriti dettagli di un progetto didattico straordinario, del quale non voglio parlare oltre, per lasciare che siano i suoi protagonisti a farlo, attraverso questo video, intitolato "Boltiere e la Torre dei Rondoni: UN PROGETTO DI PARTECI-PASSIONE



"Nel Friuli ricostruito il rondone cerca casa" questo invece era il titolo del doppio evento a Gemona e Venzone. Per me che vengo dall'Abruzzo, una regione che di terremoti ne sa qualcosina, è stata la possibilità di visitare una ricostruzione spesso tirata in ballo nei dibattiti televisivi, come esemplare. Pensavo di soffrire delle devastazioni dell'evento sismico, come soffro in ogni città sconquassata da una guerra o un terremoto, laddove edifici privi di qualità in maglie ortogonali hanno sostituto per sempre tutta la ricca tessitura dell'architettura storica, invece ho camminato con enorme sollievo in centri restituiti pienamente alla loro identità, e soprattutto in tempi brevi. Un miracolo, per noi che ultimamente siamo abituati a vedere le macerie sostare immutate dal crollo anche per anni, prima che succeda qualcosa. Eppure, in questi centri rinati a nuova vita, qualcosa manca: te ne accorgi dal silenzio, soprattutto all'imbrunire, quando con i loro caroselli i rondoni riempiono il cielo, e il nostro cuore.
Ebbene sì, in quella ricostruzione esemplare, nella comprensibile impazienza di tornare a una vita normale, hanno trascurato un dettaglio che trascurabile non è: in quelle case non ci vivevano solo gli uomini, ma anche i rondoni, e  con essi tutta la varia biodiversità urbana. E così, il cielo della Carnia da quei giorni è privo di un elemento essenziale alla percezione della primavera, al suo godimento pieno. Come un prato senza fiori. E un manipolo di persone attente al rapporto fra uomo e natura, guidato da Arduino Candolini, tenta di riportarli, cosa non facile quando nella progettazione degli edifici non si è tenuto conto di tutte le cavità che nelle architetture storiche li ospitavano. 
Si tratta di un'evidenza toccante: in una tragedia come quella che colpì il Friuli nel 1976, non perdiamo la casa solo noi, ma anche loro. La nostra casa è dunque anche la loro. Eppure non ci pensiamo quasi mai. Grazie ai rondoni il cielo è più vicino. E dovunque siate nella strada delle vostre vite, alzate gli occhi e una rete di corrispondenze vi accoglierà, se farete la "sciocchezza" di buttarvi nel vuoto, all'incontrario.





mercoledì 29 aprile 2020

LA TUTELA DEL FRATINO IN LOCKDOWN

 
Questa è la foto del primo nido di Fratino trovato in Molise, esattamente il 25 aprile scorso. Tre uova, tra immancabili -oramai- detriti di plastica. Non poteva esserci migliore maniera per festeggiare la ricorrenza, e non dimenticare che, a lato della grande storia della Resistenza, c'é una storia minima di resistenza che giorno dopo giorno i fratini scrivono, opponendosi a suon di uova all'occupazione del loro habitat di vita.

È una foto che ho condiviso già qualche giorno fa sulla mia pag. fb Fratini d'Italia, che ripropongo per richiamare stavolta l'attenzione non solo su ciò che è ben visibile, ovvero il fratino -o meglio la fratina – con le sue uova, bensì anche su ciò o chi non è visibile, poiché rimane al di qua dell'obiettivo. Chi può avere scattato la foto? Forse mamma fratina, che poi ha pensato di farsi anche un selfie da inviare ai giornalisti? Ovviamente no, a scattare la foto è stato Luigi Lucchese di Ambiente Basso Molise, l'associazione che da anni si dedica con ammirevole tenacia alla tutela del piccolo limicolo, che è anche il suo simbolo associativo. Dato il periodo di quarantena, e visto che un nido di fratino uno non se lo trova casualmente sotto i piedi, ma bisogna cercarlo, e soprattutto saperlo cercare, possibilmente senza fare danni, la seconda domanda pertinente è: come mai Luigi si aggirava sulla spiaggia, senza che la polizia lo bloccasse e lo multasse? La risposta anche in questo caso è semplice: effettuava un sopralluogo per la ricerca e protezione dei nidi ufficialmente consentito dalla Regione Molise in data 17 aprile con un'Ordinanza per la Tutela dell'avifauna di interesse comunitario, nella quale ai Sindaci dei Comuni costieri si richiede, "prima di inziare qualsiasi tipologia di lavoro sulla spiaggia, o di rilasciare eventuali autorizzazioni o nulla osta, ai titolari degli stabilimenti balneari, di attivare, su tutta la spiaggia di propria competenza, un monitoraggio della nidificazione delle specie di avifauna di interesse comunitario". Il Molise, alla faccia di chi dice che non esiste, è stato la prima Regione d'Italia a dotarsi di un simile provvedimento. Grazie, tra gli altri, all'interessamento di Simona Contucci, Assessore all'ambiente di Montenero.




Ma riavvolgiamo il nastro di qualche giorno, per permettere a tutti di comprendere, fino a inizio aprile quando, dopo quasi un mese di lockdown, il fronte ambientalista teme una imminente ripresa delle attività di sistemazione degli arenili: se ogni anno, di questi tempi, è sempre una corsa contro il tempo a individuare le uova e metterle in sicurezza (laddove necessario) prima che vengano schiacciate da ruspe, trattori, inavveduti passanti, o deglutite da avveduti cani a passeggio, quest'anno l'eccezionalità della situazione fa temere addirittura una strage. Tanto più che il Fratino si ritrova sprovvisto delle sue "guardie del corpo" e mi riferisco a tutti gli attivisti che monitorano le sue attività, e a maggior ragione dovrebbero essere liberi di farlo in un momento tanto delicato. Fabio Vallarola, con il suo post del 5 Aprile, è il primo a lanciare un allarme, condiviso a livello nazionale da tanti attivisti: "In questo periodo di spiagge chiuse in tutta Italia i Fratini stanno nidificando ovunque. L’assenza di disturbi li porterà a fare il nido indifferentemente nelle aree libere, di fronte ai lungomari cittadini e persino dentro le aree in concessione. Possiamo essere certi che già da Pasqua i titolari delle concessioni inizieranno a fare una pressione forte su Governo, Regioni e Comuni per poter “perlomeno” iniziare a sistemare la spiaggia in previsione di una apertura di stagione per il fine settimana del primo maggio o comunque prima del ponte del 2 giugno". A dare l'avvio alle danze, è proprio il Governatore della Regione Abruzzo che il 13 aprile firma un'ordinanza con la quale permette agli operatori turistico-balneari la pulizia esistemazione degli arenili. Nel frattempo, sulla scia dell'appello di Vallarola, Francesca Santarella di Italia Nostra Ravenna realizza una bozza di lettera da inviare alle autorità di competenza in Emilia Romagna, cui segue, in data 18 aprile, una lettera ufficiale del Comitato Nazionale di Conservazione del Fratino, inviata al Ministero dell'Ambiente, all'ISPRA Istituto Superiore per la Protezione Ambientale, alla Guardia Costiera, e ai Carabinieri Forestali, per richiedere, nel contesto dell'emergenza del Coronavirus, la tutela dell'avifauna nidificante sulle spiagge e la regolamentazione delle operazioni di preparazione spiagge per la stagione balneare 2020. L'ISPRA, a sua volta, recepita la lettera del CNCF, emette una Nota tecnica, nella quale, citando il Fratino e la Beccaccia di mare, parla di un "concreto rischio soprattutto nel caso in cui la ripresa delle attività umane, con il conseguentemente aumento del disturbo negli ambienti costieri, avvenga in maniera troppo repentina o senza una forma di attento monitoraggio".
La notizia viene ripresa il 27 aprile in un articolo dal titolo "State attenti ai nidi sulle spiagge", sul sito web di Repubblica, un quotidiano che deve nutrire notevoli sensi di colpa nei confronti del Fratino, per aver appoggiato senza se e senza ma lo sciagurato Tour di Jovanotti attraverso buona parte dei suoi siti di nidificazione.

A seguito di tanta mobilitazione, quasi ovunque si riesce a garantire agli attivisti la possibilità di effettuare dei sopralluoghi, vuoi grazie ad Ordinanze regionali o comunali, vuoi tramite la disponibilità della Guardia Costiera, della Protezione Civile, dei Carabinieri Forestali, dei Vigili Urbani o dei Vigili del Fuoco. Chiunque sia interessato alle sorti del Fratino non può che ringraziare tutti coloro che, dimostrando quel pizzico di buon senso e di buona volontà necessario, pur in una situazione di emergenza epidemiologica, si è impegnato nella riuscita di queste operazioni. Solo pochissimi Comuni interessati mancano all'appello. Tra questi Vasto, la cui Amministrazione, evidentemente priva anche di quel pizzico di buon senso e di buona volontà, nulla ritiene di dover fare, nonostante il Fratino nidifichi costantemente nell'areale compreso tra Fosso Marino e il Torrente Buonanotte, al confine con San Salvo. Nonostante oltretutto che gran parte di quest'area sia occupata dalla Riserva Naturale Marina di Vasto, la cui Gestione congiunta, di Legambiente e WWF, ancora una volta, su una questione di rilevante interesse naturalistico, fa registrare il suo imbarazzante silenzio.

Il Gruppo Fratino Vasto, il Comitato Dune Bene Comune, e la SOA Stazione Ornitologica Abruzzese - anche con una lettera del 16 aprile agli Enti competenti- tentano inutilmente di sollecitare un interessamento dei Comuni di Ortona e Vasto, laddove San Salvo risponde invece positivamente. Con tutti gli altri attivisti in lockdown, tocca allora al sottoscritto, che risiede a Vasto Marina, nei limiti consentiti dalle vigenti leggi, e portando a passeggio il proprio cane -ovviamente al guinzaglio- spingersi almeno fino al Lungomare Duca degli Abruzzi, per dare una rapida occhiata allo stato dell'arte. Facendolo mi munisco di una copia stampata, tanto del decreto del Governo, quanto dell'Ordinanza sindacale che garantisce 500 mt di raggio d'azione, sapendo che probabilmente dovrò questionare con le pattuglie di passaggio, come mi è più volte accaduto di dover fare nei giorni scorsi, anche a una distanza di solo 100 mt da casa. Ovviamente evito di portarmi il binocolo, cerco di fare il più rapidamente possibile (non dico che faccio attenzione al distanziamento sociale perché la spiaggia è totalmente deserta dal 17 marzo, a parte il passaggio delle ruspe) e quindi il sopralluogo che posso realizzare è fugace, puntuale e poco efficace. Non posso certo spingermi oltre, nei confini della Riserva Marina di Vasto, interdetta oltretutto da Ordinanza Sindacale. E non capisco perché la Gestione della Riserva non si sia mobilitata adeguatamente, per tutelare il Fratino e la Cappellaccia, simbolo dell'area protetta, visto che nell'altra Riserva vastese, Punta Aderci, le attività di monitoraggio da parte del personale sono consentite. Oggi, 28 aprile, non riesco ad avvistare nessuna coppia, qualche giorno fa ero riuscito a vederne una in zona, ma di certo qualunque persona di buon senso può comprendere che non si può effettuare un efficace monitoraggio naturalistico in queste condizioni.


Provvedo però a fotografare, nel passaggio, lo stato deplorevole in cui versa ancora la spiaggia del Lungomare, a seguito delle vicende della scorsa estate quando, per realizzare il concerto di Jovanotti, il Luna Park fu maldestramente -e alla fine inutilmente- spostato nell'area Eventi. Area nella quale da molti anni il vero evento sono le nidificazioni del Fratino, nonostante l'Amministrazione e molti operatori turistico-balneari non gli diano la dovuta importanza. Nella foto potete vedere, a destra, un tratto di spiaggia al naturale, come si presenta senza impattanti interventi dell'uomo, con le fioriture di Silene e Ginestrino in primo piano, a sinistra il tratto adiacente, con un campetto di calcio, ivi collocato nell'ambito dei lavori preliminari del JBP, infine ancora a sinistra il tratto di spiaggia dove è stato parcheggiato per alcuni mesi l'autoscontro, dopo pesanti lavori di sbancamento e preparazione dell'arenile, a mezzo di ruspe. I danni ecologici sono ancora evidentissimi, un'ampia zona è totalmente priva di vegetazione (e ci vorranno anni perchè torni ai livelli della foto di destra) mentre nel campetto di calcio si può notare lo stesso nefasto effetto prodotto dal cosiddetto "human trampling", ovvero dal calpestio, con il conseguente compattamento del suolo che ne modifica le condizioni ecologiche. Avvicinandosi alla battigia persiste invece una piazzola in blocchi di cemento -foto in basso- che era probabilmente a servizio di qualche giostra, con il suo faro per l'illuminazione. Duole segnalare che tutte le aree fotografate, specialmente quelle in pessime condizioni, sono state negli anni scorsi oggetto di una intensa attività di nidificazione del Fratino, e che evidentemente nella scala di valori del Comune questo uccello protetto, tanto da Direttive Europee, quanto da Ordinanze Regionali, occupi una posizione piuttosto bassa, nonostante sia tra i parametri per l'assegnazione della tanto agognata bandiera blu.

Ma voglio rivolgere comunque un appello agli amministratori vastesi: visto che non si sono certo prodigati per consentire almeno un sopralluogo a tutela del Fratino, e visto che il danno alla vegetazione, nella spiaggia di Lungomare Duca degli Abruzzi, è oramai cosa fatta, è possibile ottenere almeno lo spostamento del campo di calcetto -la cui sede era un poco più a nord, a lato dello stabilimento Acapulco - e la rimozione della  piazzola in cemento?



sabato 25 aprile 2020

LA MARCIA DEI FRIGORIFERI




La "Marcia dei Frigoriferi" racconta le peripezie di un gruppo di bambini, che fuggono dalle proprie case con i frigoriferi, verso il Polo Nord. L'intenzione è semplice: salvare il mondo dallo scioglimento dei ghiacci. Il romanzo, pubblicato nel 2009, è uscito nella nuova edizione di Toutcourt il 29 novembre 2019, giorno del Quarto sciopero globale per il Clima. Oggi è 24 aprile 2020, giorno del Quinto sciopero globale, segnato dall'emergenza Covid-19. E non posso che dedicare questo post alla Marcia verso il futuro che stanno scrivendo i ragazzi di tutto il mondo.

Un “digital strike”, al quale ho partecipato, come avevo partecipato al quarto, e anche al terzo. Devo dire che si è trattato della manifestazione più comoda di tutta la mia vita. Nessun autobus da prendere in ore antelucane, nessuna marcia per raggiungere l'assembramento sotto i palazzi del Governo. Ora sto guardando la schermata, tratta dal sito ufficiale dell'evento, dalla quale leggo che nelle piazze di Roma ci sono state 6687 persone virtuali, con degli slogan densi di senso e creatività: “There is no planet B”, “Ci avete rotto i polmoni”, “Consumate le suole non i suoli”, “Non torneremo alla normalità, la normalità era il problema”. 

 

Ciò che contraddistingue questo sciopero dagli altri è che intorno a noi tutto è già fermo, le strade sono vuote o quasi, molte fabbriche inattive. Si tratta, a pensarci bene, del mondo come avrebbe dovuto essere all'indomani dell'Allarme Clima in tutta la sua gravità. Un mondo che si ferma, e riflette su cosa fare o piuttosto non fare, su come invertire la rotta prima di riprendere il suo cammino.
Invece, ci ha dovuto pensare il Covid, che in pochi giorni ha ottenuto un livello di riduzione delle emissioni, e dell'inquinamento (anche acustico) quale forse non si era avuto in decenni di battaglie. E se vogliamo riassumere tutta la lunga lotta per il Clima nel nome di Greta, ebbene, Covid batte Greta 3-0.

Da un lato dunque l'epidemia sembra togliere il lavoro a noi attivisti ambientali, dall'altro sembra creare le migliori condizioni per intensificarlo e portarlo a compimento. Da un lato una voce ci dice di spingere a più non posso ora, che tutti sperimentiamo le conseguenze dell'ecodevastazione globale nella maniera più drammatica - e nella sedentarietà della quarantena abbiamo anche tempo per rifletterci - dall'altro, come non raccogliere l'invito che Madre Natura sembra rivolgerci, a non fare, piuttosto che a fare?
In fondo, tendiamo sempre a sopravvalutare il ruolo delle nostre azioni, la loro estensione, il peso delle informazioni razionali che trasmettiamo, il riscontro di un consenso, e contemporaneamente sottovalutiamo il peso del cuore negli equilibri del mondo. Lo slogan della Marcia dei frigoriferi è “Riscaldiamo i nostri cuori e raffreddiamo il pianeta”. E per riscaldare il nostro cuore non può esserci altra soluzione che ritrovare un semplice senso di comunità con chi abita il nostro “condominio”. Se la nostra casa è in fiamme, forse dobbiamo prima di tutto verificare se anche il nostro cuore è in fiamme, per essere all'altezza della sfida.
Pensando che non conta davvero quanto agiamo, ma quel che siamo... ovvero la minima parte di un ecosistema dal quale dipendiamo. Perché se non ci sentiamo parte della Natura, profondamente, come possiamo lottare dalla parte della Natura? Ebbene, in questo la sospensione temporanea delle nostre esistenze ci aiuta, dandoci la possibilità di reimparare l'abc delle cose, ritrovando un rapporto perduto con le manifestazioni più prossime della biosfera, un respiro comune con le piante e gli animali che ci circondano, e sono il primo tramite per una riconnessione globale.

Mentre scrivo la lancetta ha terminato il suo giro, e siamo già al 25 Aprile, Festa Nazionale della Liberazione. Che assume un significato particolare se pensiamo alla “resistenza” che tutti stiamo opponendo all'avanzare del virus, medici e infermieri in prima linea, se pensiamo a quanto spesso in questi giorni è stata evocata, nella scala dei paragoni e delle similitudini, la parola “guerra”.
Ma anche se pensiamo alla liberazione che il nostro "confinamento" ha rappresentato, per tutti gli esseri viventi cui abbiamo drasticamente ridotto l'habitat di vita, talvolta fino alle soglie dell'estinzione. Caprioli, tassi, scoiattoli, anatre, pecore, lepri, sono venuti fino in città, al nostro portone, per “svegliarci”. Loro hanno fatto la vera manifestazione nelle strade, mentre noi cliccavamo le nostre presenze dai dispositivi digitali. 


 

giovedì 23 aprile 2020

AUGURI TERRA!

Oggi, anzi già ieri, si è celebrata la Giornata della Terra 2020. Un anniversario rotondo come il Pianeta che lo celebra. Si spengono le 50 candeline per questa festa universale, figlia dei figli dei fiori, e delle migliori energie dei “sixties”. L'Earth Day fu celebrato per la prima volta nel 1970, dopo esser sceso dal “Big Yellow Taxi” di Joni Mitchell. Quello stesso anno l'Overshoot Day cadeva quasi esattamente a fine anno, il 29 dicembre, prima di avviare il suo cammino a ritroso nel calendario, fino al 29 luglio, dove si è fermato l'anno scorso.
Nessuno avrebbe immaginato di festeggiare questi 50 anni in questa maniera, la peggiore dal nostro punto di vista, eppure la migliore, forse, dal punto di vista della Terra, che torna a respirare mentre noi indossiamo delle mascherine; torna a muoversi libera, con la sua biodiversità superstite, mentre noi restiamo confinati nelle nostre mura. Non c'é contrasto che possa rappresentare in maniera più stridente la nostra siderale distanza dal Pianeta sul quale pur viviamo, non c'è evidenza più cocente di quella che si sta facendo strada al nostro intelletto, in questi giorni: ciò che è morte per noi, appare invece vita per il Pianeta e i suoi (altri) abitanti.
Inevitabilmente ci siamo fermati a pensare, abbiamo dovuto fermarci a pensare. E se prima eravamo abituati a farlo in movimento, nel ritmo convulso dei nostri giorni, ora lo stiamo facendo in un inatteso stato di quiete. Mettendo le radici nella nostra realtà domestica, possiamo crescere nuovi pensieri, verdi come le chiome di un albero, attingendo ispirazione dalla statica saggezza delle piante che ci circondano. Con la consapevolezza che per guarire dalla nostra pandemia, dobbiamo starcene un poco più fermi.
 
In questa condizione, la natura con la quale possiamo familiarizzare non è quella “celebre” di un parco nazionale, o quella sconfinata di una cartolina, ma semplicemente quella che ci circonda, quella che vediamo dal balcone, o che ci aspetta appena fuori dal cancello. Egualmente la Terra che celebriamo, non è quella delle statistiche o delle campagne ambientaliste, delle enfasi ideologiche o dei video guerriglieri che la mostrano in fiamme, ma semplicemente quella che scambia il respiro con noi, con la quale fraternizziamo, condividendo il ritrovato silenzio, in un intimo senso di comunità, di collaborazione. Alla ricerca di un microcosmo nel quale sentirci di nuovo liberi.





Quello nella foto è il piccolo miracolo che sto vedendo crescere da settimane a pochi metri da casa. Così sorprendente, eppure così normale. Si tratta di un agguerrito plotone di dune embrionali, che resiste alla forza degli elementi, nel bel mezzo della spiaggia commerciale , al termine di una infilata di concessioni, che solo l'estate scorso sarebbe culminata con il palco del Beach Village di Jovanotti, se il concerto non fosse stato annullato. Sono collinette di sabbia, che si aggrappano attorno a un presidio vegetale, per non essere trascinate via. Sembrano persone, teste di un esercito in trincea che riemerge in superficie dopo la scomparsa del nemico, e si guarda intorno chiedendosi se sia davvero andato via. I loro capelli sono Ginestrini e Silene colorata, attorno ai quali ronzano, come idee in germoglio, bande di insetti pronubi. Inseguiti da rondini, e balestrucci, che sfiorano quella minuscola oasi, fiorita nel deserto della spiaggia commerciale. In un crescendo, la vita attira altra vita.
 
Girando le spalle, a pochi passi dalle dune embrionali, vedo qualcos'altro. Anzi non vedo nulla, ed è proprio lì che sta il bello. Rimane solo un dosso, a ricordarmi che lì giace un tronco, sotto una coperta di sabbia, lavorata dai venti per alcune settimane, un tronco arrivato con le mareggiate, che sta terminando naturalmente il suo ciclo di vita, contribuendo a ripascere la spiaggia, fornendo alloggio, e nutrimento, alle biocenosi degli ambienti litoranei. Qualcosa di sorprendente, eppure così normale, di una normalità -o naturalità- che però non è concesso vedere su una spiaggia turistica. Già da marzo agli operatori balneari, ai funzionari comunali, cominciano a prudere le mani. Bisogna cominciare a preparare la spiaggia! E quel poco di naturalità che questa riacquisisce durante l'inverno, viene sacrificata senza remore sull'altare della nuova stagione estiva. Per questo, già all'appressarsi della primavera, non è possibile vedere un tronco sostare sulla spiaggia più di qualche giorno, non è possibile seguire il processo che lo porta a inabissarsi nel mare di sabbia come una nave che lentamente va a fondo. Per questo è impossibile vedere nascere e crescere delle dune embrionali proprio di fronte al cemento armato di una concessione balneare. 

 



Concludo con un'ultima foto, scattata in queste settimane, all'indomani di una violenta mareggiata che ha riempito la battigia, di ceppi, tronchi, canne. È tutta roba che proviene dal fiume, non vi sono alghe, o piante marine, tra i ceppi scovo anche il cadavere di una rana. La straordinaria massa di detriti organici fa eccezionalmente passare inosservati i rifiuti di plastica, che pure affiorano qua e là. È una foto che restituisce la spiaggia come luogo di approdo e ripartenza, di accumulo e rilascio di energie, Un luogo selvaggio, che non è fatto per essere pulito, e tantomeno “più pulito” di prima. 
 
Da circa una settimana la Regione Abruzzo ha “riaperto” le spiagge, consentendo ai concessionari di cominciare a effettuare le operazioni di preparazione degli arenili. Ci siamo ovviamente preoccupati per il Fratino che, nel frattempo, vista la ritrovata privacy e libertà di movimento, potrebbe aver nidificato anche in zone off limits. Trovandosi in una situazione di maggior rischio. Sembra finito l'incanto. Gli operatori balneari, invece di soffermarsi con attenzione su quanto è accaduto sulla spiaggia in loro assenza, per trarne insegnamento, porteranno via tutto, ritornando a distruggere quell'ambiente che pure gli dà sostentamento economico; porteranno via tronchi, conchiglie, piante, e purtroppo spianeranno anche quel gruppo di giovanissime dune - al quale mi sono nel frattempo affezionato - che ora affollano una spiaggia altrimenti deserta. Chissà da quanti anni - mi chiedo -non spuntavano delle dune embrionali in quel tratto di spiaggia. Forse anche da 50, da quando è stata istituita la Giornata della Terra.