venerdì 26 giugno 2020

LA CONTA DEI "CADUTI"





Questa è una foto della pinetina di Lungomare Cordella, a Vasto Marina. Credo che i pini, in primo piano, siano stati abbattuti un paio di anni fa, ricordo benissimo che andai a chiedere spiegazioni e abbozzai una protesta, ma fui tranquillizzato dall'operaio di turno, che mi disse: “Non si preoccupi, verranno piantati nuovi alberi”. Di tempo ne è passato. Non è stato fatto per questi, e non è stato fatto per quelli tagliati precedentemente, che pure appaiono nell'immagine, tanto che la pineta, affetta da evidente alopecia, oramai si potrebbe quasi definire una ex-pineta; è comunque uno spazio privo di connotazione, di cura, nel quale manca buona parte del suo elemento essenziale. Camminare in alcuni spazi verdi di Vasto mi fa talvolta pensare a una passeggiata in un foro romano, o in una qualunque area archeologica, nella quale le colonne integre, ancora in piedi, sono pochissime, e per il resto vi sono solo tanti monconi, a testimoniare antichi fasti. Ma se l'Impero Romano è una istituzione politica che appartiene al passato remoto della nostra storia, in questo caso parliamo di quella che Mancuso ha definito la Nazione delle Piante, ovvero una istituzione viva e operante, estesa in tutto il globo, dalla quale dipende il nostro ossigeno, il nostro benessere, la vita, nostra e di tutti gli esseri viventi che lo abitano con noi.


Conoscevo bene quei pini, perché abito lì vicino, e non mi sembravano affatto in uno stato di conservazione tale da richiederne l'abbattimento. Di certo non più degli altri che li circondano. E se quelli richiedevano abbattimento, allora si dovrebbe procedere a tagliare la metà degli alberi della nostra città, per semplice coerenza. Come potete notare, nella foto c'é addirittura quel che resta di un pino giovanissimo, tagliato ancora prima di poter crescere. Anni prima lo avevo notato, con il sollievo, e lo stupore, di vedere finalmente un albero nuovo, forse nato per disseminazione naturale, cosa rara in questa città. Certo, quello sì, appare storto, ma era ancora un alberello.

 
Sono rimasto qualche minuto sul posto, chiedendomi quale possa essere la logica malata che presiede a tante esecuzioni sommarie, in tante città italiane. In questo caso azzardo una spiegazione, non ne vedo altre, anche se, mi rendo conto, potrebbe suonare demenziale. E se qualcuno del Comune mi vuole smentire, allora produca la perizia che ne ha giustificato il taglio. 




 

Come vedete dalle foto, sono stati tagliati i 2 alberi nelle immediate vicinanze della panchina, idem per quella successiva. E mi domando se non sia stato fatto per impedire che delle persone, sedute su quelle panchine, potessero essere assassinate da dei pericolosissimi pini incombenti sul loro capo. Infatti adesso, se vi ci volete sedere, invece di godere di un poco d'ombra, come sarebbe lecito attendersi, vi ritrovate sotto il sole battente. Dovremmo quindi rivedere tutti i topoi letterari, che narrano di rinfrescanti soste di riposo all'ombra di una chioma verde? Dovremmo iniziare una campagna di desensibilizzazione, e dire che gli alberi sono pericolosi sempre, non solo quando c'é un temporale?


Questi pini fanno parte delle centinaia di alberi abbattuti e mai ripiantumati nel nostro territorio. Bisognerebbe davvero farne la conta, per quantificare, almeno approssimativamente, i costi profusi, i danni perpetrati alla salute pubblica, la dimensione reale dell'ignavia dei nostri amministratori, in un momento nel quale il taglio degli alberi, in tutta Italia, assume le dimensioni di un fenomeno inquietante. Ieri a Vasto hanno finalmente presentato il progetto di Catasto Arboreo, che nella sua prima fase ha censito 538 pini marittimi. Bene, allora facciano anche la conta dei “caduti”. E provvedano finalmente alla ripiantumazione. Perché a tagliare il tronco fanno presto, poi lasciano il moncone per anni, talvolta decenni. 

 
Si comportano così perchè piantumare è un'operazione che richiede volontà, desiderio, amore, progettualità, conoscenza. La distruzione no. Quella è facile, si procede senza preavviso, magari solo per dare qualcosa da fare a degli operai - che potrebbero avere cose migliori in cui impegnarsi - come avviene per le capitozzature. 

 
Che una pinetina, in uno dei punti più pregevoli della nostra costa, oltre che maggiormente frequentati da residenti e turisti, non venga adeguatamente curata, ma rimanga per anni mozzata, dimezzata, dimenticata, è di fatto un atto di vandalismo istituzionalizzato. Inutile puntare il dito con ipocrisia contro dei ragazzi che rompono un lampione o imbrattano dei muri, se l'esempio di sciatteria, di trascuratezza nei confronti del patrimonio cittadino da parte di chi lo amministra è questo.
Cominciamo a rimettere in cima alla lista dei valori e dell'agenda pubblica le cose che veramente contano. Si tratta di una grave mancanza, che merita ben più rilievo di tanti battibecchi politici che occupano le pagine dei giornali, perché mina il funzionamento stesso della vita e degli ecosistemi alla loro radice. Si tratta di qualcosa che non possiamo più permetterci di minimizzare, perché gli alberi sono equiparabili a infrastrutture di salute pubblica, e il loro ruolo è tanto più importante quanto più si aggrava la crisi ambientale che mette a rischio la nostra stessa sopravvivenza su questo pianeta. Gli amministratori incapaci di comprendere le connessioni ecologiche che sono alla base della nostra esistenza, andrebbero indirizzati a percorsi di rieducazione, non messi in grado di amministrare il bene pubblico, del quale non conoscono evidentemente le nozioni basilari. Non avremmo oggi un Paese devastato, tra i più cementificati al mondo, piagato dall'erosione e dal dissesto idrogeologico.






A ulteriore conferma del fatto in questa città non ci si può stupire più di nulla, potete dare una sbirciata ai giardini di Palazzo D'Avalos. L'ennesimo sfregio al verde vi attende. Lì giacciono da mesi degli alberi destinati a piantumazione. Forse, in un momento di resipiscenza (forse per aver completamente disatteso la legge 10/2013, che conferma l'obbligo di piantare un albero per ogni nuovo nato, e perché si prevedono sanzioni per i Comuni inadempienti), ne hanno pianificato la messa a dimora, per poi dimenticarsene -così pare- del tutto. Per quegli arboscelli il "lockdown" non è dunque mai terminato, e alcuni avrebbero urgente bisogno di rianimazione perché appaiono completamente secchi. Tutto questo mentre viene presentato il Catasto del verde, per dimostrare quanta attenzione sia riservata in questa città al patrimonio arboreo.




 

martedì 16 giugno 2020

ABBATTUTI I PINI DI VIA RITUCCI CHINNI!



Questa agghiacciante immagine testimonia la sorte dei 7 pini domestici di via Ritucci Chinni, a Vasto. Mentre scrivo sta cominciando a piovere, e sembra che anche il cielo pianga su di loro. E con essi sugli alberi di tutto il mondo, vittime dell'idiozia umana, dalle foreste indonesiane a quelle rumene, dall'Amazzonia a Vasto. Il mondo è non solo vasto ma anche Vasto, se gli alberi ci forniscono l'ossigeno e, come scrive Walt Whitman, “questa è l'aria di tutti che bagna il globo”, e lo avvolge, senza confini. Per questo condanniamo tale gesto non come la dimostrazione di una piccineria provinciale, ma il sintomo di una miopia globale, epica, che sta facendo strage di alberi e biodiversità non solo nelle ultime foreste vergini del Pianeta, ma tra i viali delle nostre città, a un ritmo impressionante. E' troppo facile essere ambientalisti con il giardino, o il parco, o la foresta degli altri, o quella esotica, quella del romanzo di Salgari; è con l'albero, la pianta vicino casa che devi dialogare, e coesistere, e per tutti servizi ecosistemici che ti offre, essere capace di accettare qualche piccolo disagio, e aggirarlo intelligentemente, per il bene di tutti, esseri umani, piante, animali. Non possiamo distinguere fra natura di serie A e natura di serie B , fra Amazzonia e vialetto di fronte casa, se vogliamo essere fedeli al nostro ruolo nel ciclo della vita, praticare una ecologia profonda, e lasciare qualcosa di questo Pianeta alle nuove generazioni. 





La dinamica dei fatti è stata in questo caso particolarmente raccapricciante, e merita un racconto dettagliato: alcuni giorni fa si è diffuso l'allarme riguardo a un imminente taglio dei pini di fronte alla Chiesa di San Paolo, adducendo lavori di “riqualificazione” urbana. Un albero viene abbattuto subito, ma i lavori si fermano, forse per l'assenza delle autorizzazioni necessarie. Monta la protesta cittadina, e il Sindaco se ne esce con alcune giustificazioni da Giurassico ambientale, come riportato nell'articolo di Zonalocale del 12.06: “L'abbattimento dei pini è necessario perché sono pericolosi per auto parcheggiate e pedoni. Con le loro radici orizzontali rischiano di cedere. E se cadono io ne ho la responsabilità penale e civile. Basta guardare le foto di quell'area per capire che si tratta di un provvedimento necessario. Al posto dei pini pianteremo altri alberi”. Tutto falso, basta difatti guardare le foto per capire che i pini sono in ottime condizioni di salute, che lo stato del manto stradale e del marciapiede richiede degli interventi che possono essere tranquillamente effettuati senza tagliarli. Purtroppo, sembra che, nel verbo regressivo degli amministratori odierni, al minimo disturbo un albero vada abbattuto, così, per sbrigarsi, come se fosse un oggetto da sostituire, e non un essere vivente. E se gli amministratori italiani cominciassero a essere turbati, come Menna, da pericolosissimi alberi in buona salute, fino a temere ripercussioni penali, dovremmo allora cominciare a sostituirli tutti con fac-simile di plastica per far loro dormire sonni tranquilli? Senza contare che poi, di promesse di ripiantumazione ne abbiamo sentite tante, ma davvero tante, senza aver mai visto forse un solo albero messo a dimora in sostituzione di quelli tagliati, nemmeno per celebrare la Festa dell'albero (per non parlare di quelli che, per legge, dovrebbero essere piantati per ogni nuovo nato). Ad eccezione delle palme del lungomare, attaccate dal punteruolo. Palme sostituite da altre palme peraltro, non da specie arboree autoctone, della macchia mediterranea, come suggerito da tante associazioni ambientaliste. Ma si sa che le palme danno meno fastidi, e fanno più scena. Sono in sintesi l'ultimo passo, prima di arrivare davvero alla plastica.

Per evitare l'ennesimo scempio arboreo, organizziamo dunque, come Comitato spontaneo di cittadini, un sit-in di protesta per il lunedì mattina, ore 07.30, alla ripresa dei lavori, per scongiurare il taglio degli alberi. Io stesso disegno il manifesto dell'incontro, senza nessun simbolo, nessuna rivendicazione di parte, perché sotto la chioma di un albero ci possiamo ritrovare tutti, senza distinzioni.



A seguito della nostra azione il sindaco si manifesta intenzionato a sospendere i lavori e convoca un confronto in Comune. Intenzione che conferma durante l'incontro avvenuto alle ore 11.00 della stessa mattina. Intervengono tra gli altri l'avv. Nicholas Tomeo, l'ing. William Ciccarone, e il botanico Luigi Cinquina, presidente del CAI vastese, che è tra l'altro fra i redattori di quel Piano del Verde Urbano che giace in Comune dal 2007, in attesa di approvazione, a riprova di quanto interesse sia stato dedicato al patrimonio arboreo dalle ultime amministrazioni. Viene proposta una progettazione alternativa, che preveda l'allargamento del marciapiede, permettendo di salvare i pini (tra l'altro, Menna parlava anche di muro di contenimento che stava cedendo, eppure appariva in perfette condizioni, a filo, senza la minima crepa. Ma si sa, i soldi pubblici vanno sperperati in qualche modo). La notizia dello stop all'abbattimento viene anche riportata dai media locali come Vastoweb. Per una volta una mobilitazione popolare sembra avere il lieto fine. Pensiamo di aver contribuito a scrivere una bella pagina di cittadinanza attiva, e invece due ore dopo, solo due ore dopo, veniamo informati del taglio degli alberi. Avviene tutto nella peggiore maniera. Vigliaccamente, alle nostre spalle. 



 


Ancora una volta le dichiarazioni del sindaco, riportate da Zonalocale sono un concentrato di ipocrisia e falsità. Tra le motivazioni addotte “la più importante attiene alla pubblica incolumità, e alla sicurezza dei cittadini, alla quale, in qualità di Sindaco, devo porre attenzione. A tal riguardo la stessa ditta mi ha asscicurato che non si sarebbe assunta alcuna responsabilità, per danni a persone e cose, che sarebbero potuti accadere a causa dello stato precario delle piante". Stato precario?! E non si capisce quali responsabilità dovrebbe avere la ditta per dei pini piantati 30 anni prima. Ma la responsabilità non era poi del Sindaco?! 
 

"La cosa che mi ha creato più amarezza della vicenda dei pini di oggi, non è tanto la differenza di vedute sul caso specifico, a me che ho avuto la fortuna di avere certi insegnanti, la scelta più logica sembrava quella di rinunciare a qualche posto auto pur di salvaguardare delle opere d’arte viventi, ma non faccio fatica ad immaginare che non sia così per tutti. La delusione è dovuta al fatto che credo nelle istituzioni e ne rispetto il ruolo, mi aspetto altrettanto da chi le rappresenta ed in particolare dalla figura del sindaco. Non sopporto la menzogna ed ho provato molta amarezza per come sono stati trattati cittadini che hanno avuto l’ardore di dare un contributo al progresso civile della propria comunità, e per tutta risposta sono stati trattati dal loro Sindaco, che non ha esitato ad usare la menzogna per levarseli di torno ed evitare di affrontarli direttamente, in un modo indegno". Queste le parole di Gianlorenzo Molino, tra i presenti, in un bel post che consiglio di leggere interamente.
 

Ma sorvolando sul Sindaco, sul suo comportamento indegno -chi non ricorda le sue “imprese” in preparazione del Jova Beach Party?- sorvolando sull'Assessore all'Ambiente, Paola Cianci, che oggi si nasconde, come si nascondeva nei giorni del JBP, quando il nostro Comune collezionava figuracce di rilievo nazionale, vorrei richiamare l'attenzione su di un'altra "autorità" coinvolta, che  non si è fatta viva, quella del Parroco di San Paolo. Eppure in Comune giravano voci che ci fosse lui tra i “mandanti” dei lavori, e certo la sua assenza al Sit-in, l'assenza di una sua qualunque dichiarazione a riguardo, non depone bene. Eppure quei sette alberi erano esattamente davanti alla sua Chiesa. Ma un amministratore di Dio non dovrebbe difendere la Vita, dovunque e comunque? Non ha forse letto l'Enciclica di Papa Francesco “Laudato sì”?. Il nome stesso del Santo Padre non lo stimola a tenere più in conto la vita degli uccelli, quella che potrebbe essere stata spezzata insieme con i tronchi dei pini? E' proprio vero allora, come dice Giovanni Monastra, che l'odierna crisi ecologica è una crisi del pensiero teologico. E non si può che concordare con Hubert Reeves quando scrive che “L'uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando”.


Forse l'unico aspetto positivo della vicenda è che sia riuscita a scatenare un'ondata di vera indignazione in tutta la cittadinanza, come d'altronde era avvenuto per la "famosa" capitozzatura degli oleandri in fiore dell'anno scorso. Segnali del risveglio di una coscienza collettiva che ritrova il suo ruolo, nel ciclo della vita, sotto una chioma verde, e dunque valuta come folli e anacronistiche simili operazioni di "riqualificazione" se inquadrate nel contesto della Crisi climatica attuale. 
L'aspetto invece comico della vicenda è che, se il Sindaco temeva le responsabilità penali, forse si ritroverà comunque a fronteggiarle, pur avendo eliminato quei "pericolosissimi" alberi, allo scopo di salvaguardare l'incolumità dei cittadini. D'altronde si sa, gli alberi regalano ossigeno e l'attività del nostro cervello ne dipende. Tagliarli non aiuta certo a ragionare bene.


Le verdi foreste ci hanno dato l'ossigeno per respirare, gioia per gli occhi, e hanno utilizzato la luce per ottenere fiori e frutti; il calore del Sole è riuscito, con la purificazione dell'atmosfera, a trapassare le nubi perenni di aria irrespirabile che avvolgevano la Terra. Tutto ciò lo dobbiamo alla piante verdi, e non alla "superiore"intelligenza umana. Non la filosofia né la scienza, non le splendide cattedrali né i capolavori nei musei, non i sogni di gloria dei grandi condottieri, né le visioni dei grandi idealisti hanno fatto per il nostro Pianeta ciò che ha fatto una folta foresta, oggi ridotta a carbone e cenere. Per questo l'uomo dovrebbe tremare prima di abbattere senza ragione un albero". 
(Da P. Lanzara e M. Pizzetti - "Alberi")


domenica 7 giugno 2020

LA GIORNATA MONDIALE DEI RONDONI 2020







Oggi si festeggia il World Swift Day 2020. La Giornata Mondiale dei Rondoni, i nostri straordinari concittadini, e spesso coinquilini, alati, che adornano il cielo estivo con i festoni garruli dei loro voli. Mentre scrivo questo post è notte, i giovani rondoni nelle alte sfere dormono, e la loro sagoma con le ali a falce sembra ricalcata su quella della luna. Così li ho immaginati l'anno scorso, mentre sollevano le nostre case e ci portano via nei loro sogni d'alta quota.
Un' immagine che quest'anno, lungi dall'essere onirica, mi è apparsa realistica: per noi chiusi nelle nostre case durante la quarantena, i rondoni hanno rappresentato il sogno della libertà. Il loro irrefrenabile movimento, gli sconfinamenti tra comuni, regioni e stati hanno donato conforto a tutti noi, fermi, forzatamente, a guardarli. E più che mai quest'anno abbiamo atteso il loro arrivo a fine marzo, insieme a quello di tanti altri uccelli migratori, in un'ansia di liberazione.


Ma chi sono i rondoni? Come riconoscerli? Dato che tante persone fanno ancora confusione fra rondini, rondoni e balestrucci, nè sono al corrente delle citicità che attraversa la nostra secolare convivenza con loro, quest'anno gli amici di Monumenti Vivi Lombardia hanno realizzato due utilissime tavole infografiche, che sintetizzano le più importanti informazioni sulla specie, con alcuni disegni tratti dal mio graphic novel "Dove i rondoni vanno a dormire". Alla scoperta del loro "mondo". Buona Giornata Mondiale dei Rondoni!









martedì 2 giugno 2020

LA "FESTA" ALLA RES PUBLICA




E finalmente ci siamo. Tutte le concessioni balneari stanno terminando la posa degli ombrelloni, perché domani parte la stagione balneare, e finisce ufficialmente il periodo di "lockdown". Mentre oggi si celebra la Festa della Repubblica. Sembra quasi fatto apposta, per stimolare un patriottismo di maniera, in questo difficilissimo momento, nel quale molti si augurano che la mascherina tricolore sulla bocca aiuti a silenziare troppe domande scomode.


La foto che vedete è stata scattata stamattina, in un luogo imprecisato della costa italiana, tanto all'inizio della stagione balneare, ogni spiaggia d'Italia finisce per somigliare all'altra, in seguito all'accurata opera di livellamento, vagliatura e sterilizzazione di trattori e ruspe. Per questo la distesa ordinata dei paletti di supporto agli ombrelloni, ogni anno non fa che ricordarmi tristemente un cimitero inglese, come quello di guerra qui vicino, a Torino di Sangro.  Perché la posa degli ombrelloni viene ottenuta solo a prezzo della distruzione della vita, di qualunque forma di vita abitasse la spiaggia, rendendola una landa sterile. (a riguardo, rimando al mio precedente post C'era duna volta). 


Attendevamo di vedere come sarebbe apparsa la spiaggia, a seguito del tanto discusso distanziamento balneare, e bisogna dire che il colpo d'occhio non differisce poi molto da quello dello scorso anno. Tanto rumore per nulla, o quasi. I 10 mq di area da garantire tra ombrellone e ombrellone sono stati interpretati diversamente da stabilimento a stabilimento, e l'affollamento, nella maggior parte della spiaggia, appare solo un poco meno soffocante. In molti casi, ove possibile, sono state piantate più file, con gli ombrelloni che arrivano quasi al marciapiede, sacrificando spazi gioco per i bambini o campetti sportivi. Non vedo proprio in quale maniera gli Operatori balneari potrebbero averne questo tanto lamentato danno economico. A mio avviso, il loro danno economico sarebbe ben maggiore se rilasciassero regolare fattura, non dico a tutti i clienti, ma alla metà, o forse anche alla metà della metà.
Eppure, cosa molto grave, gli operatori balneari hanno approfittato di questa situazione per tentare e realizzare, in molti casi, un vero e proprio colpo di mano, che ha permesso l'estensione dei loro privilegi fino alle spiagge libere. Tanto per devastare quel poco di spazi collettivi seminaturali rimasti. E' quello che è successo ad esempio a San Salvo, dove il Comune, tramite bando, ha affidato in gestione alcuni tratti di spiaggia libera ai privati, come si legge in questo articolo di Zonalocale. Ma è anche quello che è stato richiesto dai titolari dei lidi balneari in Campania: "Serve spazio in spiaggia, dateci anche quelle libere",  o quanto si paventava in questo ottimo articolo de Il quotidiano del Lazio intitolato "Spiagge libere addio".


Così lo Stato italiano, invece di pensare innanzitutto alle tantissime persone già colpite economicamente dal periodo di quarantena, che non potranno certo permettersi di pagare un ombreggio, si preoccupa di far sì che gli operatori balneari invece non debbano perdere nemmeno un centesimo del loro profitto, come se gli fosse garantito per un diritto divino. Confermandosi lo Stato nel quale privilegi e interessi privatistici hanno sempre e comunque la precedenza sul Bene collettivo, soprattutto quando, come in questo caso, dovrebbe riposare sull'uso di un Bene comune, quale la spiaggia di fatto è. 


La cosa appare ancor più odiosa se pensiamo alla maniera dissennata nella quale viene gestito dai concessionari questo Bene pubblico, che non fa che accentuarne l'impoverimento e l'erosione, o alla vergognosa chiusura dei lidi con reti da polli e cancellate, in tante spiagge italiane, come se si trattasse davvero di una proprietà privata, che anno dopo anno si debba trasmettere per diritto di sangue. Tutte vicende per la quale l'Italia ha subito, e presumibilmente subirà ancora, dei procedimenti per infrazione della famosa Direttiva Bolkenstein, che vorrebbe garantire i principi della libera concorrenza nel rinnovo delle concessioni balneari. Cosa significa questo? Che per garantire il diritto dei titolari dei Lidi a perpetuare di generazione in generazione il "possesso" illegittimo di un bene pubblico, sul quale hanno pure eretto orrendi villaggi di cemento e plastica, dobbiamo rimetterci di tasca tutti noi, come collettività. Vi rendete conto?! E non paghi, costoro chiedono più spiaggia, chiedono anche quelle libere e, non ancora paghi, quest'anno presumibilmente alzeranno anche i prezzi, come ho purtroppo potuto già confermare in alcuni casi.


E così, nel giorno in cui si celebra la Festa della Repubblica, i concessionari balneari ancora "fanno la festa" alla Res publica, quale la spiaggia dovrebbe essere. Ma voi siate patriottici, fate sventolare il tricolore dal vostro balcone. Vi sentirete meglio.






mercoledì 27 maggio 2020

ATTENZIONE! NIDI DI FRATINO





Ed ecco il cartello che ho disegnato per i Fratini. In questi giorni lo stiamo posizionando su alcune spiagge abruzzesi, tra cui il Foro di Ortona e San Salvo. Un grazie per l'iniziativa alla SOA Stazione Ornitologica Abruzzese, al Comitato Dune Bene Comune e al GFV Gruppo Fratino Vasto. Se a qualcuno può essere utile mi contatti pure. W i Fratini. Ciao!

venerdì 22 maggio 2020

GIORNATA DELLA BIODIVERSITÀ 2020




Nell'Anno della Biodiversità, oggi si festeggia la Giornata Mondiale della Biodiversità, quella che stiamo perdendo drammaticamente, anno dopo anno, senza capire bene cosa sia. Un concetto ampio e variopinto, che l'uomo comune, animale alienato, plagiato dalla civiltà dei consumi, fatica a ricollegare alle più semplici manifestazioni della Natura che circondano le nostre case. Una vespa che cerca un pertugio dove poter nidificare, un crespigno che inaspettatamente spunta tra il marciapiede e il muretto. Manifestazioni di una "natura minore" che vengono liquidate spesso a colpi di insetticida o diserbante, eppure l'unico "abc" che possediamo per tentare una rieducazione alla biodiversità più ampia del nostro Pianeta. Perché non ci vuole poi tanto, si tratta semplicemente di fare l'appello, chiamare per nome ciò che neanche conosciamo, benché partecipi della nostra vita quotidiana, riconoscere le mutue esigenze e cercare di convivere. Tollerando i pochi inconvenienti, per apprezzare gli enormi vantaggi che un ecosistema integro può donarci. Fare una donazione a una qualche grande associazione ambientalista impegnata nella difesa degli armadilli giganti o delle tigri siberiane, seppur atto meritorio, non servirà a salvarci l'anima, e neppure a cambiare in meglio questo pianeta, se non ristabiliamo prima di tutto una connessione con l'ecosistema della porta accanto, o piuttosto accanto alla porta. 
In questo percorso di rieducazione, le specie animali cosiddette "sinantropiche" (non quelle domestiche che spesso ci inducono anzi a una fuorviante attenzione) ci possono esser di grande aiuto. Tra queste, in particolare quelle che abitano dentro le nostre case, pur mantenendo il loro prezioso status di animali selvatici. Ad esempio i rondoni. Quali migliori testimonial per indurci a considerare la cura della "Casa Comune", di cui parla l'Enciclica di Papa Francesco? 
Forse il periodo di "lockdown", ha avuto l'effetto di svegliarci, di farci comprendere che attorno a noi esiste una natura che è pronta a riprendere i suoi spazi, se glielo lasciamo fare, perché gli animali ne hanno bisogno, e quindi anche noi, in quanto animali, ne abbiamo bisogno. Le incursioni di caprioli, tassi, scoiattoli, montoni, nelle nostre città, o anche alligatori, canguri etc. come si vede nel fantastico video "Animals reclaiming the world" possono forse aiutarci a guardare con più attenzione quelle specie che hanno continuato, nonostante tutto, ad abitarle, dimostrandoci che, per quanto ci allontaniamo da lei, la natura viene continuamente da noi a chiamarci, e a richiamarci. In un certo senso, la biodiversità mondiale la sua festa l'ha già vissuta nei due mesi passati, e ora, terminata la quarantena, l'uomo riprende possesso dei "suoi" spazi. Ricominceremo daccapo, come ha amaramente previsto Steve Cutts nella sua animazione Man 2020, o avremo finalmente capito qualcosa?

Visto che siamo in un'annata di emergenza, nella quale i tanti incontri da dedicare alla biodiversità sono purtroppo saltati, mi piace ancora soffermarmi a ricordare e raccontare quelli belli, e significativi dell'anno scorso, quando, esattamente in questa giornata presentavo il romanzo grafico "Dove i rondoni vanno a dormire" a Napoli, una città che identifico sempre con una "biodiversità umana" ricca ed esuberante, predisposta, a mio avviso, alla convivenza con un'avifauna, altrettanto ricca di storie e particolarità. 
Per me un attingere alle origini, visto che Napoli per molto tempo, per noi vastesi, è stata l'Università per eccellenza, quella che hanno frequentato i miei genitori, e prima ancora i nonni, e via a risalire. A me è capitato invece di studiare a Firenze, una città antitetica, con un carattere da gioielleria, e questo personale vissuto senz'altro amplifica per contrasto le sensazioni che provo ogni volta che visito Napoli. Perché se nella culla del Rinascimento mi sono continuamente soffermato a guardare i dettagli degli edifici, a Napoli trovo più interessante guardare i dettagli delle persone, portatrici, più spesso che altrove, di una dirompente originalità. L'incontro si è svolto presso la prestigiosa sede della Società dei Naturalisti, all'interno dell'Università intitolata a Federico II, autore -guardacaso- del primo "manuale" di ornitologia della storia. Ho avuto l'onore di essere introdotto da Antonino Pollio, presidente della Società, dal prof. Domenico Fulgione, che si è soffermato a parlare della socialità delle taccole e come questa possa essere influenzata dagli edifici, infine da Maurizio Fraissinet, presidente dell'Asoim, Associazione Studi Ornitologici dell'Italia Meridionale.

Nell'avvicinarmi al luogo della presentazione mi chiedevo in quale maniera la generosa umanità di Napoli mi avrebbe colpito. Ed è accaduto al primo incrocio nel quale mi sono fermato e con lo sguardo ho cercato via Mezzocannone: una signora si è prontamente alzata dal tavolino di un bar, e si è avvicinata per chiedermi con gentilezza "Ha bisogno?" per darmi poi l'indicazione sulla distanza dall'Università. Sembra una sciocchezza, ma non sono cose che accadono tutti i giorni, in tutte le città; e potrei parlare anche del simpatico pizzaiolo, nel locale dove mi sono fermato a mangiare: mi ha sentito chiamare un amico, per ricordargli dell'incontro, e al momento di salutarmi ha aggiunto: "Auguri!". "Per cosa?" chiedo allora io, "Per la presentazione" risponde lui. 
Cosa c'entra questo con i rondoni? Tanto, a mio avviso. Perché se questi piccoli segnali d'attenzione, se questa sollecitudine verso l'altro, questa apertura, questa attenzione ai dettagli, alla mimica, alle necessità non dichiarate, sono riservate anche ai nostri amici alati, sicuramente le storie di convivenza tra uccelli e uomini, nella città partenopea, devono essere affascinanti e piene di risvolti arguti e divertenti. 
Perché infine solo di questo si tratta: accorgersi di chi è intorno a noi, delle sue esigenze, delle sue specificità, accoglierlo nella sua diversità, o biodiversità. Riconoscersi. Soprattutto se qualcuno arriva da fuori, da lontano. Come può arrivare da lontano un uccello migratore. Non a caso Napoli è la prima città al mondo ad avere tre Atlanti delle specie nidificanti e svernanti, grazie soprattutto a Maurizio Fraissinet, che ha promosso l'incontro. Mi ha fatto piacere avere tra il pubblico i ragazzi dell'Asnu, Associazione di Scienze Naturali dell'Università di Napoli, le nuove leve della coscienza ambientale. Con il ricordo di un'esperienza intensa, nel segno della biodiversità, in attesa di tornare a poterci incontrare, e assembrare, liberamente.



domenica 17 maggio 2020

C'ERA DUNA VOLTA


Tanto i prodotti seriali del consumo hanno invaso le nostre spiagge, che a molti risulta “naturale” scambiare per tali le uova di Neverita josephinia: nastri di cartone, oppure cialde, coppette ricamate. Invece, semplici, stupefacenti agglomerati di uova e sabbia. Ce ne sono a centinaia sulla spiaggia, a seguito delle ultime mareggiate. Una volta tanto, non i nostri rifiuti, bensì i segnali di vita di un universo sconosciuto che pulsa a pochi metri dai nostri piedi nudi. A compensare l'assenza di nidi di fratino, anche alcuni grappoletti di uova di seppia, la cosiddetta “uva di mare”. Tanta fecondità non può che stridere drasticamente con l'opera di “sterilizzazione” in atto. 
 
L'uomo ha ripreso possesso già da alcuni giorni della “sua” spiaggia, per questo lo sciabordio dell'acqua è sovrastato dal rumore di ruspe e trattori, che lavorano incessantemente. E quel meraviglioso drappello di dune embrionali, inaspettatamente creatosi nel bel mezzo della spiaggia “commerciale”, che ho raccontato in un mio precedente post, è oramai solo un ricordo del periodo “felice” della quarantena. Oggi ci sono i mezzi meccanici a dissodare, livellare, rastrellare ogni segnale di vita di quell'universo, rendendo la spiaggia soffice, come il suolo di un resort, per l'arrivo dei bagnanti. Tutte cose viste e riviste mille volte. Prima ancora che intervenissero i trattori, quelle piante le avevano però già strappate via. Come se fossero un'eresia, un abominio. Perché purtroppo è così: per tanti balneatori, per tanti amministratori, la naturalità delle spiagge è qualcosa di cui vergognarsi, un male da estirpare alla radice.




La monocoltura dell'ombrellone non ammette alcuna ottica di sinergia, come è ben detto in questo articolo intitolato “Distanziamento ambientaleai tempi del Coronavirus”. Per tanti balneatori, che pure godono di un reddito grazie alla spiaggia, quelle piante non hanno probabilmente nemmeno un nome. Sono solo erbacce. Magari si tratta di persone che hanno anche un giardino nelle loro case, o una terra, e sanno distinguere tra una cicoria e una malva. Perché quelle sì, sono senz'altro piante, forse hanno una dignità e un posto nel loro ristretto mondo, mentre sulla spiaggia no, sono uno sbaglio divino, una maledizione. Sulla spiaggia una espressione vegetale è più inaccettabile di un rifiuto di plastica. A costoro, il fatto che nel periodo di quarantena la natura abbia ripreso molti dei suoi spazi, non suggerisce che forse dovremmo riconsiderare i nostri spazi in maniera più inclusiva; che hanno ancora perso una ottima occasione per far vedere ai propri clienti come fiorisce il deserto, creando -o più semplicemente lasciando esistere- un piccolo giardino botanico dunale. Non li induce a mutare nemmeno la considerazione che quel tratto di spiaggia di fatto non gli appartenga, e non possono decretarne vita o morte, tanto più per habitat protetti da direttive europee, perché sono solo concessionari di un bene pubblico, che dunque dovrebbero saper gestire nell'interesse pubblico, pur traendone legittimamente guadagno. E l'interesse pubblico sta nell'accrescimento della biodiversità, piuttosto che delle loro sedie a sdraio. Ma d'altronde, perché dovrebbero darsi pena di capire e far capire qualcosa in più, quando quasi nessuna Amministrazione si preoccupa di educare i suoi cittadini con dei pannelli informativi?

 
Queste persone, che depauperano la spiaggia di tutti i depositi organici, di tutte le forme di vita, che pure la difendono, la accrescono, sono le stesse persone disposte a illudersi che la frutta provenga dal supermercato; e se ancora sono in grado di risalire all'arduo concetto che i frutti provengono dagli alberi, mai e poi mai arriveranno a riconoscere che è grazie agli insetti pronubi, che gratuitamente trasportano il polline, se quei frutti sono arrivati a maturazione, quindi sui loro piatti. Esattamente quegli stessi insetti che pullulavano su quelle stupide, insignificanti dune embrionali, tra fiori di silene e ginestrino. Persone che vogliono godere dei frutti della Natura, senza pensare in contraccambio, di dover contribuire alla fecondità della vita. Persone che, in altro contesto, passano a diseccare ogni forma di vita attorno ai loro olivi. Salvo poi chiedere gli aiuti dello stato e invocare lo stato di calamità quando a disseccarsi sono gli stessi olivi. Lì coltivazioni di olivi, qui di ombrelloni. Dove si spreme l'olio solare, spesso così dannoso per la vita del mare, e le barriere coralline.


Leggo la recente notizia di una invasione di cavallette in provincia di Nuoro, che sta distruggendo qualunque orto o campo coltivato trovi sul suo cammino. Coldiretti afferma nell'articolo riportato da Ansa che "L'unica speranza è nei predatori naturali, come gli uccelli che potrebbero aiutare a contenere le popolazioni di locuste”. Fa piacere che finalmente si cominci a scrivere che la lotta biologica è l'unica arma veramente efficace contro parassiti e insetti nocivi... ma gioverebbe allora anche ricordare che gli uccelli non esistono solo quando ci fanno comodo. Hanno bisogno sempre, di nutrimento. E, per tornare a quel drappello di dune embrionali in fiore, esse richiamavano appunto gli insetti, che a loro volta richiamavano dei formidabili insettivori, come i balestrucci e soprattutto le rondini, la cui popolazione è in notevole declino, proprio a causa dei pesticidi la cui funzione sarebbe quella di garantire il proprio raccolto. Salvo poi vederlo distrutto quando arrivano le cavallette, ma le rondini non ci sono più. In un cortocircuito logico. In una dimostrazione di ignoranza che si rinnova ogni anno con le fioriture primaverili, e l'inizio della stagione balneare, cui si aggiunge quest'anno il sovraccarico di idiozia generato dal Coronavirus. Con le sanificazioni annunciate degli stabilimenti balneari, che si spera non spandano candeggina anche sulla sabbia, come avvenuto in Spagna. E la moltiplicazione dei rifiuti di plastica al vento. E i guanti pronti ad agguantare ignari pesci. 
Ma se la distanza minima di 3,5 mt tra ombrellone e ombrellone ci darebbe un giusto respiro, facendo somigliare meno ad allevamenti intensivi le nostre concessioni, come non preoccuparsi della compensazione che gli operatori balneari chiedono? Perché i legislatori gliela concederanno, come si denuncia in questo articolo intitolato “Spiagge libere addio? La Regione le regala agli stabilimenti balneari”, preoccupandosi di salvaguardare il loro fatturato, ma non altrettanto il “fatturato” della Natura, dal quale pure il primo dipende. Sembra che non riusciamo a imparare nulla dalle lezioni, in questa Italia che ha festeggiato il suo Overshoot day già da tre giorni. La rarefazione dell'uomo paradossalmente produrrà ulteriore rarefazione della natura. Le grandi ammucchiate di Jovanotti, e il distanziamento balneare, due situazioni tanto diverse, produrranno lo stesso drammatico effetto, se non si prende in considerazione l'adeguato distanziamento dalla natura. E il fatto che nella task force del Governo ci sia ora anche Donatella Bianchi, con la "competenza" acquisita durante il Jova Beach Party, non ci aiuta certo a stare tranquilli. Gli operatori balneari si allargheranno, passeranno a gestire anche le spiagge libere, arriveranno con i loro trattori a conquistare alla “civiltà” nuovi tratti semiselvatici di costa. E una volta che si saranno allargati, che avranno conquistato un diritto, sarà ben difficile farli tornare nei ranghi.


Così, tra prassi ed emergenza, continuano testardamente, scioccamente, anno dopo anno, a segare il tronco sul quale pur siedono, dilapidando senza un minimo di coscienza quel piccolo capitale che la natura gli ha affidato, e quando se lo ritroveranno eroso con le prime mareggiate autunnali, con i piedi nell'acqua piangeranno disgrazia. E ancora invocheranno aiuti dallo stato. Parleranno di catastrofe, quando si tratta semplicemente di inesorabile karma del dissennato turismo balneare.



Le uova di Neverita Josephinia